A colloquio con Roberto Mascali, Direttore di Confindustria Bulgaria e Confindustria Balcani.

Roberto Mascali lei è Direttore di Confindustria Bulgaria e Confindustria Balcani, organizzazioni che raggruppano nel complesso più di mille imprese italiane operanti in paesi come Macedonia, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Romania e Serbia. Quali sono i maggiori settori nei quali operano gli imprenditori italiani e in quali paesi dei Balcani sono maggiormente presenti?

La presenza italiana nei Balcani è significativa sia per quantità sia per qualità. Secondo i nostri calcoli, ricavati dall’aggregazione dei dati rilevati dalle associazioni che aderiscono alla nostra Federazione, si tratta di una realtà che coinvolge poco meno di ventimila aziende, anche se in forma molto varia per tipologia e dimensioni e geograficamente disomogenea con Romania, Bulgaria e Serbia in testa per numero di aziende. Sotto il profilo settoriale, a partire dalla seconda metà degli anni novanta, abbiamo assistito ad una vera e propria replica del sistema economico italiano in questi contesti con molte PMI che hanno allargato i propri orizzonti aziendali insieme alla grande industria. Tra i settori più rilevanti si segnalano sicuramente il manifatturiero (che spazia dal tessile alla metalmeccanica), le costruzioni, l’impiantistica e l’energia, anche se con qualche rallentamento recente sul fronte delle rinnovabili.  Queste iniziative imprenditoriali sono state affiancate anche dal terziario, servizi assicurativi e bancari in primis. Si evidenzia anche il commercio che si rafforza con il crescere in questi paesi di una classe media fortemente attratta dalla qualità italiana e dal “lusso accessibile” del made in Italy.

Quali sono in genere le difficoltà che un imprenditore italiano incontra quando decide di operare nei paesi balcanici?

La prima difficoltà è sicuramente legata all’individuazione di partner affidabili e personale con vocazione manageriale. In questi Paesi l’imprenditorialità è ancora debole e non di rado le aziende italiane si imbattono in interlocutori insoddisfacenti. Le difficoltà poi variano per il tipo di azione imprenditoriale e possono essere esogene– ad esempio il contesto infrastrutturale ancora deficitario o le reti di rappresentanza commerciali ancora in fase di sviluppo (ma in forte miglioramento) – o endogene – le dimensioni troppo ridotte per un’efficiente gestione dei nuovi mercati. Gli imprenditori rimangono invece positivamente sorpresi dalla semplificazione amministrativa nella creazione e gestione dell’azienda che in tutti questi Paesi si differenzia dall’alto livello di burocratizzazione italiano.

Qual’è oggi, a quasi venticinque anni dall’avvio del processo di transizione all’economia di mercato, lo stato delle società dei paesi balcanici? Sussistono ancora quelle difficoltà burocratiche, sistemiche e infrastrutturali che erano presenti nei primi anni Novanta?

Come dicevo il percorso di evoluzione è ancora lontano da un livello di infrastrutturazione pienamente soddisfacente. I passi in avanti tuttavia sono stati innegabili. Chi ha conosciuto i Balcani degli anni ’90 e si reca oggi a Bucarest, Sofia o Belgrado trova delle città profondamente cambiate in meglio. Anche sul profilo della stabilità la situazione è nettamente migliorata ed oggi il Sud Est Europa è caratterizzato da società dinamiche e aperte al mondo. Un ruolo fondamentale l’hanno sicuramente ricoperto i fondi di pre-adesione e i fondi strutturali dell’UE.

Roberto Mascali (a sinistra nella foto)

Roberto Mascali (a sinistra nella foto)

Vi sono differenze nel grado di sviluppo dei vari paesi o i Balcani possono essere considerati, da questo punto di vista, un’area omogenea? Quali sono i paesi più dinamici?

L’area è in linea di massima omogenea con un rilevante cleavage tra i Paesi membri dell’UE e quelli candidati. Chiaramente i Paesi membri hanno raggiunto un livello di stabilità politico-economica maggiore ma hanno anche rallentato la propria crescita. Diametralmente opposta è la situazione di alcuni Paesi candidati. Rimangono inoltre dei nodi da risolvere per uno sviluppo armonico e corale della regione, penso in particolare al sistema di governance della Bosnia Erzegovina o al tema del Kosovo.

Pensa che l’istituzione della Macroregione Adriatico-Ionica possa rappresentare un’occasione di ulteriore sviluppo economico tra le due sponde dell’Adriatico? Quali ritiene possano essere le previsioni di crescita economica dei paesi balcanici nei prossimi anni?

La regione nel suo complesso deve necessariamente rappresentare un’area di crescita per l’UE ed un approccio integrato ai mercati della regione risulta essenziale al fine di cogliere pienamente le opportunità presenti ma spesso ancora latenti e solo parzialmente espresse. La necessità di una strategia economica regionale si configura sicuramente come un’esigenza, in particolar modo sentita dagli operatori economici che operano sulle due sponde di Ionio e Adriatico e che hanno bisogno per ritornare a crescere di una visione complessiva e transazionale. E il Sud Est Europa, unito e integrato, può puntare alla crescita. Osservando nel dettaglio il caso dell’Italia è immediato intuire la possibile centralità del suo ruolo. Le strategie macroregionali rappresentano una nuova opportunità per lo sviluppo globale di una grande regione ed è pertanto necessario affrontarne le sfide e le potenzialità comuni. I paesi della regione balcanica sono stati, per lungo tempo, considerati come entità indipendenti fra di loro. Confindustria Balcani, collocandosi in piena linea con la crescente vocazione transfrontaliera della progettazione UE, parte dall’assunto opposto e cioè che sono molte le caratteristiche sociali, economiche, culturali e sistemiche che accomunano queste realtà e le rendono interdipendenti e strettamente collegate. Un approccio dinamico e flessibile all’area è di primaria importanza.

Sulla base della sua esperienza personale e professionale a contatto con la realtà dei Balcani, esiste una comune identità tra i diversi paesi che si affacciano sull’Adriatico e sullo Ionio e se sì, su cosa si basa?

Chi ha letto il classico Il Ponte sulla Drina del premio Nobel Ivo Andric ricorda la descrizione di un mondo dove i gruppi etnici e linguistici – incluso quello italiano – si incontrano, si confrontano e in qualche caso si scontrano nelle terre dell’Adriatico e dei Balcani. Ancora oggi in molti luoghi dei Balcani ci si imbatte in raffigurazioni del leone alato della Serenissima. Le comunità storiche slovene, greche, croate, albanesi in Italia sono parte vivissima della nostra identità di Paese di frontiera.L’essere europei meridionali ci accomuna tutti e non è un caso che la lingua e i prodotti italiani siano così apprezzati nel contesto balcanico. Sta a noi coltivare il lato armonioso e cooperativo di questa comune identità per disegnare l’Italia adriatico-ionica e i Balcani del futuro.

Scopri qui il programma di PolCom2015 “Comunicare la Macroregione Adriatico-Ionica”