Facebook nella campagna per le elezioni presidenziali statunitensi. Intervista a Massimiliano Demata

Facebook nella campagna per le elezioni presidenziali statunitensi. Intervista a Massimiliano Demata

In occasione dei risultati del Super Tuesday abbiamo intervistato Massimiliano Demata, Ricercatore e Docente di Lingua e Traduzione Inglese presso l’Università di Bari, autore di un paper sull’uso che di Facebook stanno facendo Hillary Clinton e Donald Trump nella campagna per le presidenziali americane, paper presentato in un recente convegno su linguaggi e comunicazione politica

Qual’è il peso che i social hanno nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali statunitensi?

Già da alcuni cicli elettorali, i social hanno un notevole peso sull’andamento sia delle primarie che delle elezioni statunitensi, anche se la loro influenza effettiva andrebbe spiegata in dettaglio. Per primo fu Howard Dean, candidato alla nomination presidenziale per i Democratici nel 2004, a dimostrare l’efficacia di internet soprattutto nella mobilitazione dei supporters e nella attività di “fundraising”, la vera benzina delle campagne elettorali statunitensi. Dean alla fine perse la nomination, ma il suo esempio fu seguito quattro anni dopo, con maggior successo, da Barack Obama, che non a caso fu denominato “the Facebook President” proprio per la sua abilità nell’aver condotto una campagna molto convincente nei confronti soprattutto dei votanti giovani (i “first time voters”, decisivi nelle ultime tornate elettorali) e nell’aver saputo raccogliere finanziamenti, anche di entità minima ma di numero enorme, attraverso i social. C’è da dire che, in linea generale, Facebook e i social appaiono molto efficaci come strumenti di raccolta di finanziamenti e di mobilitazione di un elettorato già in qualche modo “convinto” in favore di un candidato: c’è una correlazione diretta tra la quantità di informazioni che, attraverso i social, raggiungono gli elettori potenziali e l’affluenza alle urne di questi ultimi. L’efficacia dei social nello spostare consensi da un candidato all’altro è invece molto limitata: la comunità che si “attiva” e commenta sui social costituisce una fetta di elettorato già sufficientemente motivato a favore (o contro) un certo candidato o partito.

Quali sono le principali differenze tra Clinton e Trump nell’uso di Facebook?

Ci sono differenze enormi nel linguaggio verbale e visivo e nelle strategie legate alle opzioni “tecniche” disponibili su Facebook nella pubblicazione di messaggi. Facebook è una piattaforma multimodale, in cui linguaggio verbale e non verbale (video, foto, etc.) sono costantemente ibridizzati. In questo contesto, Trump usa le risorse verbali e audiovisive in maniera più tradizionale, ad esempio utilizzando collage di foto con didascalie verbali graficamente molto semplici, o post composti solo da parole, senza immagini. Le foto utilizzate ritraggono quasi sempre Trump da solo, oppure Trump e la folla. Emerge pertanto una rappresentazione visiva populista, fondata sul leader di successo che ha un rapporto diretto col “popolo”. I colori usati sono spesso aggressivi e sottolineano la durezza degli slogan. Al contrario, Clinton si dimostra molto abile a mostrarsi come una leader “inclusiva”, e le rappresentazioni visive pubblicate sulla sua pagina Facebook, compresa la policromia delle immagini, mirano a enfatizzare la molteplicità etnica dell’elettorato di riferimento (al contrario, nelle foto pubblicate da Trump sulla sua pagina Facebook raramente vengono ritratte persone di colore). I colori della scrittura e dei simboli utilizzati da Clinton tendono ad essere a tinte tenui e gentili, mai forti o aggressive, in linea con il contenuto moderato del discorso.

Massimiliano Demata

Massimiliano Demata

A cosa attribuisci il grande seguito di consenso che sta raccogliendo un candidato apparentemente “impresentabile” come Trump?

Il consenso raccolto da Trump nei sondaggi e nelle primarie sembra aumentare in maniera direttamente proporzionale al clamore che suscitano le sue dichiarazioni, sempre meno “politically correct” e inevitabilmente rilanciate dalla stampa – in pratica, si potrebbe dire, una campagna elettorale a costo zero. Trump ha dato voce a quei settori dell’elettorato americano spaventati da quelle che vengono percepite come minacce “esterne” all’identità americana (o meglio, di un certa idea di identità americana), identificando come nemici innanzitutto gli immigrati (soprattutto messicani) e i musulmani (inevitabilmente considerati tutti terroristi). La candidatura di Trump si nutre anche dell’insofferenza cronica nei confronti dello stato federale, percepito da molti come un’entità rapace che interferisce negli affari delle persone comuni. In questo senso, il miliardario americano è stato in grado di cavalcare la crescente onda anti-establishment che anima la destra americana, come il movimento Tea Party, attaccando duramente anche gli stessi leader Repubblicani in nome di una “anti-politica” fatta di slogan semplici, di facile presa e senza alcuna elaborazione razionale. L’“endorsement” per Trump da parte di settori sempre crescenti dell’evangelismo e di David Duke, esponente di estrema destra già tra i leader del Ku Klux Klan, in un certo senso completano il cerchio, e danno un’idea precisa del ventaglio di sentimenti che animano la “coalition” che appoggia la sua candidatura. Questa America largamente razzista che appoggia Trump non è maggioritaria ma costituisce comunque uno “zoccolo duro” che, se motivato efficacemente in vista delle elezioni, può avere un impatto elettorale notevole, soprattutto negli stati del sud.

Sul fronte opposto (quello dei democratici) l’altra grande sorpresa è Bernie Sanders. Da cosa pensi dipenda il successo dell’outsider Sanders?

Per Sanders, in un certo senso, si potrebbe fare lo stesso discorso di Trump, ma rovesciato “a sinistra”. Sanders dà voce alla delusione delle fasce progressiste dell’elettorato americano nei confronti di un establishment (compresi i Clinton e, in gran parte, Obama) che molti ritengono abbia fatto poco o nulla per arginare l’erosione progressiva della middle class negli ultimi trenta anni e che anzi ha continuato a garantire privilegi, innanzitutto fiscali, nei confronti di quell’1% di popolazione statunitense che detiene gran parte della ricchezza nazionale. La retorica del “vecchio” Sanders, nonostante il gap generazionale, ha molto successo tra i più giovani e tra gli studenti, cioè la fascia di elettorato più idealista ma anche più incerta sul proprio futuro, e questo successo in larga parte è dovuto ai continui richiami a un welfare social-democratico e rooseveltiano che, dopo decenni di neoliberismo, appare quasi rivoluzionario. Sanders tuttavia non riesce a fare breccia nell’elettorato afro-americano e in quello ispanico, tradizionalmente favorevoli ai Clinton, anche per questo una sua vittoria per la nomination democratica rimane molto difficile.

Come andrà a finire l’8 novembre?

Credo che questa sarà una delle tornate elettorali più incerte della storia degli Stati Uniti.

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